Egitto - Arte, scienza e cultura



Arte, scienza e cultura: la cultura è privilegio esclusivo delle classi elevate (specie i sacerdoti). Tra le scienze esatte spiccano: matematica, geometria, astronomia e meteorologia (conoscevano l'anno solare diviso in 12 mesi di 30 giorni cui se ne aggiungevano cinque di festività e sapevano prevedere con relativa esattezza il momento delle piene); tra le scienze applicate spiccano ingegneria, idraulica e agrimensura (dovevano calcolare i livelli di piena, regolare l’intensità del flusso idrico, progettare canalizzazioni dei campi, misurarli esattamente, perché il fango trasportato dalle esondazioni cancellava i confini tra i vari appezzamenti). Usavano la squadra, il livello, il filo a piombo, le aste di misurazione…; usavano il sistema decimale ma non il posizionale delle cifre, quindi usavano somma e sottrazione, ma per moltiplicare sommavano la cifra tante volte quanto era necessario (per le frazioni usavano solo il 2/3). Nell’architettura sono importanti le piramidi, la Sfinge, i templi, gli obelischi (quest’ultimi sono monumenti quadrangolari molto alti, realizzati in un unico pezzo di pietra simboleggiante i raggi pietrificati del sole); nella scultura le statue di faraoni e di divinità; la pittura parietale si trova in palazzi, tombe e templi. La mummificazione dei faraoni portò allo studio dell’anatomia e della medicina.

Letteratura: Prevalentemente di carattere religioso (ad es. Libro dei morti). Ma vi sono altri testi: Storia dell’Oasiano, Racconto dei due fratelli, Cattura di Joppe, Principe predestinato, Racconto del naufrago, Racconto di Sinuhe, Canti dell’Arpista (ove si plaude al fatto che la morte rende tutti uguali), Inno al Nilo (quest’ultimo spiega molto bene che cosa avveniva in assenza delle piene del Nilo).

Scrittura: La scrittura egiziana nacque presumibilmente nella regione del Delta del Nilo, in un’epoca probabilmente precedente a quella in cui si affermò la scrittura cuneiforme in Mesopotamia. I primi esempi di scrittura geroglifica, grazie al ritrovamento di alcune tavolette ad Abido che testimoniano il pagamento di tasse, risalgono al periodo anteriore all’unificazione del Paese sotto il faraone Narmer, mentre gli ultimi appartengono al terzo secolo quando progressivamente la scrittura geroglifica fu sostituita da quella copta.

La scrittura egizia era di tre tipi: geroglifica (dal greco hieroglýphos, “scrittura sacra”) usata per i monumenti e ieratica (dal greco hieros, “sacra”), usata dai sacerdoti, e demotica, usata da tutti. La scrittura egizia può essere considerata fonetica, figurativa e simbolica. L'alfabeto possiede solo consonanti e nessuna vocale. Le vocali erano sottointese.

La scrittura geroglifica, nata nel IV millennio a.C., è composta da pittogrammi, cioè da piccole immagini dipinte raffiguranti piante, animali, utensili, parti del corpo umano, quindi i segni sono derivati delle cose reali. Prima si usò sulla pietra, poi, a partire dal III millennio, su papiro, ricavato da una pianta del Nilo, che permise la circolazione dei documenti. Nel VII sec. a.C. si cominciò a usarla anche in testi religiosi in forma diversa. Nello stesso secolo il faraone Psammetico I introdusse quella cosiddetta “demotica” (dal greco demos, popolare) arricchita di numerosissimi segni. L’impiego simultaneo delle tre scritture durò fino al III d.C. L'ultima iscrizione in demotico è del 470 d.C. Solo nel V sec. d.C. fu introdotto l’alfabeto copto, che usava quello greco con l’aggiunta di nuove lettere.

La scrittura egizia è stata decifrata nel 1821 da J. F. Champollion, che trovò una stele nei pressi di Rashid (da cui prese il nome di Rosetta), sul delta del Nilo, recante un’iscrizione trilingue in geroglifico, demotico e greco. Scoperta la stele, la scrittura non fu subito decifrata in quanto gli studiosi ritenevano ch’essa fosse o ideografica o fonetica. Fu proprio Champollion a intuire ch’era entrambe le cose.

La lettura dei geroglifici presuppone la conoscenza di almeno 600 segni: una parola può essere scritta come ideogramma (un solo segno per indicare una sola parola), oppure può essere scritta da un segno che va letto come suono. P.es. se vi è un cerchio e un’anatra vicino, il cerchio è un ideogramma che rappresenta il sole e quindi il dio Ra. L’anatra invece è un simbolo fonetico (“sa”). Ora, siccome la parola “figlio” si pronuncia “sa”, l’ideogramma in questione, col segno fonetico combinato, non voleva dire altro che “Figlio di Ra”.

Religione: politeismo naturalistico e antropomorfico (a base totemica), nel senso che le divinità rappresentavano in forma umanizzata o semi-umanizzata (corpo umano e testa di animale) le forze della natura (il totem era il simbolo del clan, cioè delle famiglie imparentate tra loro), ma vi erano anche dèi della nascita e della morte, della famiglia e dell’istruzione, ecc. Alcune divinità erano venerate in tutto l’Egitto, altre erano esclusivamente locali. La triade principale era Osiride, Iside e Horus (di quest'ultimo il faraone rappresenta l'incarnazione). Molti animali erano considerati sacri (zoomorfismo): il gatto perché eliminava i topi, l’ibis perché uccideva i serpenti, il coccodrillo perché, scendendo a valle, indicava l’arrivo delle inondazioni del Nilo.

Quando un clan sottometteva un altro clan, anche le divinità sconfitte venivano subordinate a quelle vincitrici.

Gli Egizi credevano nell'aldilà (immaginato simile all’esistenza terrena), nel giudizio dell'anima, nella reincarnazione. Praticavano l'imbalsamazione. Quando il capo di un villaggio, di una città o regione diventava particolarmente potente a livello sociale o politico, restava fedele alla divinità delle sue origini e si adoperava per estenderne il culto in tutto il paese.

A partire dal II millennio si comincia a pensare che tutte le persone sopravvivano alla morte, per cui l’imbalsamazione si diffonde largamente.

Dal 1375 al 1350 il faraone Amenofi IV (1375-1358) impose il culto di Aton (disco solare), cambiandosi persino il proprio nome in Akenaton (“colui che è caro ad Aton”), finché questi divenne il solo culto ammesso (monoteismo), che però non sopravvisse alla morte del faraone, a causa dell'ostilità del clero politeista. Resta originale l'idea secondo cui la sorte dell'uomo dopo la morte è determinata dalla sua condotta in vita. E' probabile che da questa riforma fallita sia nato il tentativo di proseguirla, da parte di Mosè (sacerdote egizio) col popolo d'Israele. Principi etici della riforma furono la giustizia e la benevolenza di un dio unico e universale, il perdono dei peccati, premi e castighi dopo la morte, uguaglianza tra gli uomini, e la proibizione di non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, che riappariranno solo dopo 600 anni, coi profeti ebrei.

Il suo successore, che era anche suo genero, Tutankamon ristabilì il politeismo, obbligato dalle pressioni dei sacerdoti e del popolo. Morì a 18 anni d'età e la sua tomba fu scoperta intatta nel 1929.

I principali dèi egizi: RA, dio sole con la testa di falco; ISIDE, dea della maternità; SOBEK, dio coccodrillo dal cui sudore, secondo la leggenda, ebbe origine il Nilo; OSIRIDE, il dio dei morti; ANUBI, con la testa di sciacallo; HORUS, dio con la testa di falco.

I templi ospitavano scuole e biblioteche, erano formati da tante colonne, con diverse sale che portavano al santuario, dove era custodita la statua del dio. Sui muri esterni vi erano raffigurate le battaglie combattute. Solo i sacerdoti potevano entrare nel tempio, raramente i faraoni; la gente assisteva alle processioni all’esterno.

Il libro dei morti è una raccolta di formule magiche e preghiere che secondo gli Egizi guidavano e proteggevano l’anima del defunto nel suo viaggio nell’oltretomba. Pensavano che la conoscenza di questi testi permettesse all’anima di scacciare i demoni che ostacolavano il cammino e di superare le prove poste da quarantadue giudici del tribunale di Osiride. (1)

Ordinamento politico-sociale: il faraone è dio in terra (teocrazia) e sovrano assoluto: lo Stato gli appartiene come una proprietà personale ed ereditaria. La seconda persona del regno era il visir, preposto all’amministrazione e alla giustizia. Centro della vita politico-amministrativa è il palazzo reale (= tempio, abitazione del faraone, palazzo della cancelleria, magazzino dei tesori reali: non essendo conosciuta la moneta, si paga in natura o col lavoro gratuito).

Il popolo è diviso in sei classi sociali chiuse: 1) sacerdoti (privilegiati, spesso ostili alla monarchia che vuole limitare il loro grande potere); 2) scribi (funzionari addetti all’amministrazione dello Stato: i pochi che sanno scrivere); 3) guerrieri o nobili (con alti comandi nell'esercito: gli unici militari di ruolo erano gli ufficiali; i soldati semplici erano reclutati temporaneamente tra i contadini, che venivano ricompensati con porzioni di terra coltivabile, ma esistevano anche i mercenari, di cui i più importanti erano gli arcieri nubiani. I nobili governano le province); 4) artigiani specializzati (orafi, vasai, falegnami, pittori…); 5) contadini (pochi diritti politici, spesso in condizioni misere, potevano avere una piccola proprietà e sposarsi; erano obbligati a restare nei loro villaggi di nascita; dovevano ovviamente cedere allo Stato una parte dei loro frutti ed erano tenuti a costruire i monumenti voluti dal faraone); 6) schiavi (nemici sconfitti o debitori insolventi, preposti alle attività più faticose, non particolarmente numerosi; in ogni caso non esisteva un “mercato di schiavi”; in genere provenivano dalla Nubia; per potersi affrancare bastava la dichiarazione del padrone davanti a un testimone).

Tutto il territorio statale era suddiviso in province, sottoposte a un governatore che dipendeva direttamente dal faraone.

Condizioni economiche: attività principale: agricoltura (grazie agli straripamenti periodici del Nilo, che però se non avvenivano per un paio d’anni, la carestia era inevitabile, con notevoli conseguenze sociali). Ottima rete d'irrigazione presso il fiume. Notevole la pianificazione delle colture. Industrie sviluppate: oro, argento, rame, stagno, gioielli, pietre dure, profumi, ceramica e tessile (cotone, lino e lana). La proprietà della terra è concentrata nelle mani del faraone che l'affitta ai contadini distribuiti in migliaia di comunità di villaggio (l’affitto poteva arrivare anche al 60% del prodotto). Consistente la produzione di papiri da cui ricavavano carta da scrivere.

Condizione della donna: Le donne aiutavano i mariti nel lavoro e facevano lavori domestici: cucinavano, lavavano, avevano il compito di macinare i cereali, preparare la birra, filare e tessere il lino. Con il marito condividevano la vita sociale. Disponevano anche di un’eredità che portavano in dote allo sposo. L’uomo e la donna si sposavano molto giovani: di solito l’uomo (14 anni) era più anziano di lei (12 anni). Si badi che l’età media era di circa 40 anni. L’uomo non poteva sposare una schiava perché era illegale: se lo faceva i suoi figli erano considerati schiavi. Il faraone poteva sposare più donne, che erano costrette a restare nella sua “fortezza”. Quando il marito divorziava dalla moglie, questa aveva diritto agli alimenti. La donna, quando moriva, aveva diritto ad avere una tomba pari a quella dell’uomo.

Alimentazione: Pane e birra erano il cibo e la bevanda più usati. Pare che ci fossero circa trenta o quaranta tipi di pane con diverse forme e vari ingredienti: orzo, farro, frumento.

Coltivavano anche cipolle, aglio, porri, fagioli, lenticchie e lattuga e mangiavano molto pesce del Nilo. Esistevano anche zucche, datteri, fichi, cetrioli e meloni, ma non agrumi. Ai banchetti sontuosi si offrivano diversi tipi di cibi: anatre, oche, manzo, gazzelle, maiali, pecore, capre, cacciagione, che venivano arrostiti o bolliti, e si beveva vino, mentre i poveri si facevano la birra. Vasi di terracotta e cesti, ottenuti intrecciando foglie di palma e strisce di papiro, erano i contenitori usati nelle diverse attività quotidiane.

Abitazioni: Le case erano diverse a seconda delle classi sociali di appartenenza. Le persone comuni abitavano in case di mattoni cotti al sole. Le stanze erano quadrate, avevano finestre piccole e il tetto era usato anche come cucina.

Abbigliamento: La maggior parte degli abiti era di lino, una stoffa ottenuta tessendo le fibre di una pianta. La lana veniva usata molto raramente. I loro vestiti erano molto semplici: un  gonnellino per gli uomini e per le donne lunghe tuniche in lino, che arrivavano fino ai piedi, e un largo mantello. Gli abiti raramente erano bianchi, ma alcuni vestiti venivano tinti con colori vegetali e minerali (rosso, blu e giallo). Ai piedi si mettevano sandali fatti con foglie di palma e giunchi. I sandali di pelle erano molto resistenti ma anche molto costosi.

Le regine e le donne più ricche potevano permettersi collane con grosse perle di pietra preziosa, pesanti collane in oro ed elaborate parrucche; infatti, erano quasi tutte senza capelli per poterle indossare più facilmente. Il trucco si componeva di kohl per colorare di nero gli occhi, di olii e cosmetici per la pelle e di profumi. Nelle feste le donne usavano portare in testa dei piccoli coni profumati.

Dato il clima estremamente caldo dell'Egitto, gli uomini, specialmente quelli che lavoravano, non si vestivano con abiti pesanti. La maggior parte di essi, infatti, portava solo un perizoma, lungo fino alle ginocchia, fatto di pelle o di lino. I faraoni, poi, potevano permettersi gioielli da indossare sul petto e sui polsi, spesso raffiguranti divinità. Durante le feste gli uomini più ricchi indossavano parrucche.

Acconciature: Si truccavano gli occhi di nero ricavato dal piombo, specchiandosi in specchi di rame e di bronzo lucidati. I capelli erano spesso tinti. Le donne indossavano parrucche per proteggersi dal sole quando lavoravano all’aperto. I bambini, specialmente i ragazzi, avevano la testa rasata, eccetto una lunga ciocca lasciata crescere di lato. Era il “ciuffo della gioventù” e mostrava che l’adolescente non era ancora considerato un adulto.

Gioielli e profumi: I profumi venivano conservati in diversi contenitori a forma di animali di ceramica smaltata. I gioielli (famosi soprattutto per l’inserimento di pietre molto dure) si facevano in un’oreficeria che raggiunse varie tecniche di lavorazione dell’oro.

Gli uomini e le donne usavano truccare gli occhi, usavano anche il rossetto e l’eye-liner e li mescolavano su un cucchiaio apposito. Quando le donne andavano ad una festa portavano abiti lunghi e stretti.

Giochi: I genitori costruivano per i loro figli animali di legno con la bocca che si apriva e chiudeva azionando una cordicella. I bambini poveri avevano delle trottole di quarzo. Molto conosciuto era il senet: l’antenato della dama e degli scacchi.

Piramidi: sono più di 90 in tutto l‘Egitto, oltre alle 180 presenti nella regione nubiana (Sudan), appartenenti al periodo meroitico (300-350 d.C.). I primi faraoni furono sepolti in tombe basse di forma rettangolare chiamate Mastabe (un tronco di piramide formato da gradoni sovrapposti). Poi queste tombe vennero costruite a più strati e diedero origine alle piramidi a gradoni. In seguito alcuni faraoni vollero avere una tomba grandiosa e si fecero costruire dai loro schiavi e dai contadini piramidi in pietra, alte come collinette. Poiché la maggior parte delle piramidi veniva saccheggiata, i faraoni decisero di essere sepolti in tombe più semplici costruite sotto terra o scavate nella roccia, in luoghi non facilmente accessibili (“la valle dei re”). All’interno le pareti erano dipinte con affreschi che rappresentavano scene di vita quotidiana o scene religiose.

Per i templi e le piramidi si usavano non mattoni crudi seccati al sole, ma blocchi di pietra, trasportati attraverso il Nilo e i suoi affluenti e anche attraverso i canali artificiali. Ci volevano circa 1200 operai per estrarre le pietre necessarie alla costruzione di una piramide. Sulla terra i blocchi venivano trainati con slitte fatte scorrere sulla sabbia, preventivamente bagnata (quando vennero fatte le prime piramidi non conoscevano ancora la ruota).

Per costruire la piramide di Cheope lavorarono, a turno, circa 100.000 uomini, che si alternavano ogni tre mesi. Ci vollero circa 30 anni. Gli operai lavoravano otto ore al giorno e venivano pagati in natura. Potevano protestare e scioperare e, siccome era difficile rimpiazzarli, le maestranze scendevano facilmente a compromessi, anche perché se si rifugiavano presso il recinto sacro di un tempio, non si poteva usare la forza per ricondurli al lavoro.

Le piramidi rappresentavano l’illusione della stabilità del regno, della sua sicurezza, dell’ordine di una società basata sull’antagonismo sociale, in cui il potere politico e religioso dominava in maniera autocratica, essendo proprietario di tutto.

(1) E' esistito un monoteismo in Egitto? Il monoteismo classico, così come lo conosciamo nelle tre religioni dominanti (e che però non appartiene solo a queste) è un’astrazione intellettualistica di non poco conto rispetto al classico politeismo.
Tutti i politeisti han sempre visto il monoteismo come una forma di ateismo. Infatti è un’astrazione filosofica o metafisica che va ben oltre la spontaneità o istintività politeistica. Per questa ragione nessun monoteismo può aver preceduto il politeismo.
Al massimo infatti si può parlare di “enoteismo” o “catenoteismo”, col quale una data religione considera nettamente superiore una divinità rispetto ad altri dèi. Cioè si adora un dio come se fosse l’unico (è una forma di “monoteismo affettivo”).
Si pensa p.es. che Jahvè sia emerso tra molti Elolhim. Laddove si venerava Odino o Manitou, in un certo senso non si faceva distinzione tra dio e natura, tant’è che si parla di “panenteismo”, che può andar bene sia per il monoteismo che per il politeismo.
Solo i teologi più integristi sostengono che la fede in un dio unico avrebbe contraddistinto la primitiva società umana, mentre il politeismo sarebbe stato una degenerazione etico-religiosa. Basta però leggersi le opere di Pettazzoni per convincersi del contrario, e cioè che non esiste monoteismo senza Stati centralizzati sotto il dominio di un solo monarca, e questi organi di potere sono relativamente recenti (circa 6000 anni fa).
Il fatto che nella lingua egizia esista una parola traducibile come “dio”, non sta di per sé a significare che sia esistito un monoteismo primitivo. E’ vero che gli dèi di tutto l’Egitto si ritrovano in tutti i templi e che tutti si riunivano a Menfi per il giubileo reale e che in ogni singola località il dio indigeno è la sintesi di tutti gli dèi egizi, ma questo non depone affatto a favore di una tendenza (sotterranea) a favore del monoteismo.
Non possiamo trovare conferma di tale tendenza neppure nelle loro cosmogonie, che pur prevedono una sorta di “dio organizzatore del tutto” (Atum a Eliopoli, Ptah a Menfi, Nut a Esna…). Non esistono fonti sicure che possano stabilire neppure una cronologia esatta di queste cosmogonie.
Tutti gli dèi egizi sono, in primis, delle rappresentazioni, più o meno antropomorfizzate, di forze naturalistiche: “risiedono” nel cielo e si “manifestano” sulla terra, e non si “rivelano”, come invece nelle religioni monoteistiche.
La differenza fondamentale sta proprio in questo, che il monoteismo non fa della natura l’intermediaria tra uomo e dio, ma la sostituisce con lo stesso uomo. Ogni monoteismo ha il suo uomo intermediario che “rivela” ciò che lui dice essergli stato detto direttamente da dio. L’uomo, qui, si sente più protagonista della natura, e quindi, senza volerlo, sviluppa una concezione “ateistica” della divinità, cioè una concezione non più soggetta a qualcosa di oggettivo, esterno a sé, ma a qualcosa di soggettivo, che è dentro di sé, anche se (poiché, in fondo, siamo sempre in ambito mistico), nel momento in cui lo si comunica, si deve sostenere che questo qualcosa sia al di fuori dell’umano, una sorta di entità esterna perfettissima, di cui l’uomo è solo pallida immagine e a cui tutti devono obbedire. In tal caso il “rivelatore” (annunciatore, comunicatore) è solo un intermediario, ancorché privilegiato.
L’ateismo moderno farà invece dell’uomo un dio di se stesso e rinuncerà all’idea stessa d’intermediazione mistica, estatica.
Che poi si voglia sostenere che le religioni rivelate sono intolleranti, questo è del tutto normale: l’uomo ha qui la pretesa non solo di sostituirsi alla natura, ma di superare anche quelle contraddizioni sociali che col politeismo non si era stati capaci di risolvere. Ecco perché il monoteismo è un’astrazione intellettualistica che, per imporsi a livello imperiale, ha bisogno di una spinta dal basso, proveniente da una parte della popolazione intenzionata a emanciparsi da contraddizioni irrisolte.